La ceramica e l’intelligenza collettiva


Roberto Costantino



La pluralità di soggetti coinvolti nel processo costituente della Biennale ha condiviso l’obiettivo di abbracciare la ceramica veicolandola attraverso le parole di molteplici campi di azione, con il fine di materializzare quella che è “l’intelligenza collettiva”, il cosiddetto bene comune simbolizzato dalla terra malleabile e dalla comunità che le si è stretta intorno.
L’organizzazione fondatrice della Biennale, Attese, si è adoperata per raccordare e far convivere i molteplici e singolari interessi, messi in comune da questa pluralità di soggetti, costruendo una rete di relazioni istituzionali e un complessivo campo d’azione che ha coinvolto enti pubblici e privati, locali e internazionali, scuole, associazioni, imprese artigiane del territorio e, fra queste, ben 14 manifatture che hanno collaborato attivamente con artisti, curatori, ceramisti, musicisti, compositori, architetti, scrittori, storici dell’arte e fotografi.
Con la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti, Attese si è fatta carico della progettazione e dell’organizzazione di una rete di relazioni sociali e attività interculturali, mentre la Biennale di Ceramica nell’Arte Contemporanea si è offerta come una nuova forma di aggregazione territoriale ed extraterritoriale, locale e globale, mirata allo sviluppo del capitale sociale e culturale del mondo della ceramica.
Quando pensiamo alla ceramica come all’identità distintiva di un territorio dobbiamo pensare ai suoi caratteri.
Quell’“entità socio-territoriale circoscritta naturalisticamente e storicamente determinata, di una comunità di persone e di una popolazione di imprese” — come afferma l’economista Giacomo Becattini — è quanto affascina di un distretto della ceramica qual è appunto quello del savonese, nella sua densa relazione fra individui, imprese e storia del territorio che genera identità, valori, condivisione di conoscenze, flessibilità ed efficienza.
La ceramica albisolese e savonese, fin dalla sua origine, delinea la propria identità, riconosciuta nel corso dei secoli come eccellente, attraverso uno storico processo di ibridazione culturale determinato dall’apertura agli scambi mercantili e alle negoziazioni culturali su scale globali e locali.
L’eccellente prodotto tipico locale, famoso nel mondo, risulta storicamente come un esempio significativo del modo in cui una cultura può assorbire culture “altre”, attraverso un processo di decontestualizzazione e ricontestualizzazione delle produzioni culturali, secondo un linguaggio e un discorso proprio che riproduce i segni “stranieri” rielaborandone il senso originario.
La Biennale di Ceramica nell’Arte Contemporanea, attraverso il libero scambio della comunicazione interculturale a cui ha dato luogo offrendo l’ospitalità e la collaborazione degli artigiani locali, ha voluto sperimentare quella rinnovata “creolizzazione del mondo” che viene altrimenti prefigurata e annunciata dalla mobilità generalizzata a cui sono oggi soggette le differenti culture del pianeta.
L’ospitalità offerta su questo territorio dalla Biennale è stata intesa da tutti i soggetti che hanno messo in comune la ceramica, come una forma di ricchezza e di arricchimento sociale e culturale.
La ceramica ci consente di vedere l’arte nelle sue concrete condizioni di produzione, tanto per cominciare in fabbrica, nelle imprese locali, dove gli artisti vengono ospitati per lavorare insieme agli artigiani. In un’epoca tele-visiva, dove tutto si vede a distanza e l’arte tende a circolare come un bene sofisticato, immateriale come il capitale finanziario, la ceramica ci riporta alla vita di tutti i giorni, a un basso materialismo che si dispiega fra i suoi estremi, i piatti della tradizione gli orinatoi di Marcel Duchamp, fatti appunto in terracotta.
L’esperienza, tramite cui l’arte contemporanea abbraccia la realtà del lavoro e dei suoi luoghi, è dunque uno dei fili attraverso cui si snoda questa Biennale ed è il punto di raccordo, anche sul piano storico, fra due città, Albisola e Vado Ligure, unite da Savona.
In una città-fabbrica del ‘900 come Vado Ligure, il più grande scultore italiano della prima metà del secolo scorso, Arturo Martini (a cui la Biennale ha dedicato studi e un’esposizione di maioliche), ha avuto modo di realizzare le sue opere in quei luoghi di lavoro, le industrie delle terre refrattarie, grazie alla collaborazione delle imprese e dei lavoratori di una città operaia. Mentre artisti radicali come Asger Jorn, Lucio Fontana, Pinot Gallizio, Piero Manzoni e Wifredo Lam sono passati da Albisola attraversando i suoi luoghi di lavoro, le fabbriche di terrecotte maiolicate, per promuovere attraverso la celebrazione della festa, una critica generalizzata delle condizioni materiali di esistenza della società dei lavoratori dell’epoca.
Arturo Martini avrebbe voluto “fare sculture così come le donne fanno i ravioli”. A proposito della Biennale, una moltitudine di soggetti “ha messo le mani in pasta” per costruire uno spazio d’azione che accoglie la mobilità sociale dei liberi scambi interculturali.
L’esposizione internazionale e la pubblicazione che l’accompagna raccolgono i risultati degli ultimi due anni di attività.