Nella casa di mio zio


Kirsten Plett



Nell’autunno del 1959, quando fu inaugurato il gigantesco rilievo in ceramica realizzato da Asger Jorn per la città di Aarhus, nella mia vita accadde un miracolo. Il rilievo aveva già suscitato sensazione in Danimarca, figuriamoci nella mia città! Silkeborg, dove all’epoca viveva la madre di Asger, mia nonna1. I giornali avevano seguito per lungo tempo quegli strani eventi, che coinvolgevano tonnellate di argilla ad Albissola, occupandosi del modo in cui procedeva il lavoro.
Le parti terminate erano finalmente arrivate ad Aarhus, accompagnate da Salino, Pastorino e Spotorno, i tre italiani che dovevano lavorare agli stadi finali di assemblaggio del rilievo. Di tanto in tanto, venivano in visita a casa mia con Asger e anche se giravano voci che si fossero portati dietro un intero vagone di pasta, non diedero l’impressione di disdegnare la cucina di mia madre.
In quel periodo, non sapevo ancora che Asger aveva convinto sua madre a passare l’inverno in una delle case che lui aveva da poco acquistato ad Albissola. Il miracolo fu che lei scelse me come compagna di viaggio. All’epoca avevo sedici anni e mi ero temporaneamente ritirata da scuola, il che di per sè era già un piccolo miracolo.
Il 7 ottobre del 1959, appena due giorni dopo l’inaugurazione del rilievo di Aarhus, ero in viaggio verso una terra straniera insieme con mia nonna, la mia migliore amica, la cognata di mia nonna (che conoscevo appena), un Asger molto stanco, il suo mercante d’arte parigino e quindici valigie.
Quella notte, sul treno che attraversava l’Europa, tutto mi sembrava irreale: era stato deciso così di corsa e ora noi, le quattro donne del gruppo, dovevamo trascorrere sei mesi insieme in Italia, senza conoscere nemmeno una parola di italiano.
Ci emozionava molto l’idea di quello che ci aspettava. Sul treno, dopo Genova, vedemmo uno scorcio del mare Mediterraneo, ma era già scuro quando arrivammo a Savona dove ci aspettava Berto2 per aiutarci con i bagagli. L’emozione crebbe quando i due taxi presero a salire sulla strada ripida e ventosa che portava alle case. Non c’era molto da vedere nell’oscurità, ma sulla soglia Teresa ci aspettava a braccia aperte. Nei primi tempi, lei e Berto avrebbero dovuto aiutarci a sistemarci. In questo modo, cominciò la nostra amicizia durata tutta una vita e da allora Berto e Teresa sono stati per me i miei “genitori italiani”.
Il mattino dopo fu come risvegliarsi in un mondo completamente nuovo. Era come trovarsi in una favola. Tutto sembrava così diverso, alla luce del giorno. La casa era molto vecchia e aveva spessi muri, ma era stata rimessa a posto ed era abitabile. All’epoca, la scala per andare da un piano all’altro era all’esterno e il bagno era stato ricavato nel sottoscala. Al piano terra c’era una deliziosa e ampia cucina, dove noi imparammo ad apprezzare la gastronomia italiana grazie ai fantastici manicaretti preparati da Teresa. Sopra, c’erano tre belle camere in cui potemmo sistemarci a piacimento. Per lavarsi, c’era un lavandino in una delle camere del primo piano, oppure si andava in cucina dove si poteva riscaldare l’acqua. Fuori dalla casa, c’era un altro lavandino con acqua fredda, adibito al lavaggio dei panni e Teresa ci insegnò a farlo con un pezzo di sapone.
Il gas per cucinare e il carbone dovevano essere portati su dal paese e questo comportò una serie di problemi, quando durante l’inverno arrivò una terribile tempesta che si portò via quasi del tutto la strada.
Quello fu, infatti, un inverno freddissimo come non se ne vedevano da lungo tempo nella zona: arrivò persino la neve, nel periodo in cui gli alberi di pesco avevano già le gemme. Dovemmo mettere una stufa nel soggiorno e siccome non era facile trovare qualcosa per accendere il fuoco, Teresa insegnò a noi ragazze a raccogliere le pigne e i ramoscelli nei boschi della collina dietro alla proprietà di Asger. All’epoca, la zona sopra le case era completamente disabitata e le colline erano interamente coperte da boschi. So che il desiderio di Asger era che tutto potesse restare così.
Proprio in quel periodo, si stava dando una forma al giardino, che era già piuttosto particolare con la sua sorgente nella grotta, la grande e strana cisterna per l’acqua e tutte le fasce che tagliavano la costa della collina su più livelli, sulle quali Berto aveva portato le pietre e la terra. Gli alberi da frutto, la vigna e le rose erano già state piantate e molti altri alberi vennero aggiunti nel periodo da noi trascorso lì. La grande palma che oggi si staglia all’esterno della casa è stata uno degli alberi piantati all’epoca anche col mio aiuto. Asger aveva permesso ad Ansgar Elde3 di stare nella seconda casa, la “Casa Vecchia”, che allora sembrava un rudere. Fu un bene averlo come vicino, specialmente all’inizio, quando avevamo ancora difficoltà a parlare la lingua.
La sera prima della partenza di mio zio per Parigi, tutte le persone che avevano lavorato per il suo rilievo in Danimarca diedero una grande festa in suo onore, da Mario. Alla serata parteciparono tutti quelli che lavoravano alla San Giorgio accompagnati dalle mogli e dalle amiche, noi quattro, e moltissimi amici di Asger: fu un evento fantastico. Nel corso della cena, Asger fu accompagnato a casa in macchina a prendere la chitarra e solo allora la festa iniziò davvero, in un sorprendente tripudio di gioia e felicità: si cantarono canzoni in italiano e in danese e si fecero discorsi dei quali io non capii nemmeno una parola, ma che erano comunque molto divertenti. Ricordo che Salino regalò ad Asger una pipa, dentro a un bellissimo astuccio di pelle. Anche quello che si mangiò fu memorabile. Non dimenticherò mai il piatto di pesciolini completi di coda, testa, spine e quant’altro che mi fu messo di fronte e gli strani anelli che non riuscivo assolutamente a capire cosa fossero: totani, mi disse qualcuno! Era tutto molto esotico, ma mi piacque tantissimo.
La permanenza nella casa di mio zio ad Albissola è stata estremamente significativa per me. Quasi impossibile descrivere l’impatto che ha avuto nella mia vita. Forse si potrebbe sintetizzare in una frase: tutto può essere diverso. Esistono così tante altre possibilità e modi.
Là era tutto diverso. Completamente diverso da quello a cui ero abituata in Danimarca. La natura, la gente, la lingua, il cibo e il clima. I fiori sbocciavano anche in inverno e a Natale il clima era mite. Trovai persone sincere e spontanee, che esprimevano apertamente le loro emozioni gesticolando. Fu come trovare una spumeggiante gioia di vivere, esuberanza e creatività. Il tempo sembrava molto benevolo, anche se a volte aveva lo stesso temperamento delle persone del luogo. Il cibo era delizioso e feci tesoro di tantissime nuove impressioni.
Da allora, nella mia vita tutto ha cominciato a essere valutato in relazione al mio soggiorno ad Albissola e questo ha avuto una grande influenza sul mio atteggiamento verso l’esistenza in generale. In quell’occasione, per la prima volta dall’infanzia, tutto quello che dovevo fare era esistere ed esplorare, e mi dedicai completamente a questo compito, arrivando ad assorbire quell’esperienza con tutti i miei sensi. Fu come crescere insieme ad Albissola, alla casa e al giardino, insieme a tutta quella zona, che piano piano divenne parte di me.
Quella vecchia casa mi è entrata nella pelle. Sento ancora le vecchie tegole d’ardesia del tetto gemere per il calore che le faceva dilatare, o risuonare per la pioggia, le pietre o gli spari dei cacciatori. Sento l’ odore di sole e di caldo emanato da quegli spessi muri o quello di muffa, che usciva fuori quando aveva nevicato. Sento ancora il suono del vento tra gli ulivi, i canti notturni delle rane nella cisterna dell’acqua, il profumo della mimosa in fiore e del liquore alle rose di Teresa. Ho davanti agli occhi la visione di quel mare incredibilmente blu e del cielo sempre mutevole, le luci di Savona e quelle delle navi ferme in rada, al largo.
Da allora, se chiudo gli occhi rivivo nuovamente tutto quanto. Percorro ancora la strada verso il paese attraverso gli uliveti e vedo crescere i fichi d’india pieni di spine, mentre dal sentiero ripido mi arriva la voce di un muratore che canta “O sole mio”. Poi torno a passeggio sulla stradina piena di negozietti dietro all’Aurelia. Sento il profumo del pane appena sfornato, quello del soffritto e della verdura fresca. Vedo ancora i bar dove noi, le due giovani, andavamo di solito con Berto, quando lui ci faceva da accompagnatore per portarci al cinema a imparare l’italiano, come succedeva tutti i mercoledì.
Anche l’atmosfera creativa dell’ambiente della ceramica e degli amici di Asger, come Gallizio, Lam e Salino ha avuto una grande influenza sulla mia vita. C’ero anch’io quando un mattino presto venne inaugurata una delle fornaci della San Giorgio. Mangiammo castagne e bevemmo vino. Rimasi affascinata e incuriosita, col desiderio di saperne di più. In seguito, sono divenuta professoressa e l’arte è una delle materie che insegno. Sono stata responsabile dei forni di ceramica e ho insegnato per molti anni. Trascorsero diciassette anni prima che rivedessi di nuovo Albissola.
Fu nella primavera del 1973, quando salii col batticuore sulla montagna che portava a Via Brucciati. Ero emozionatissima quando, vedendo Berto lavorare nel giardino, chiamai “Ciao! Sono io, Cristina!” Berto sollevò la testa e disse con voce calma “Ciao Cristina”, come se ci fossimo visti appena il giorno prima e chiamò Teresa. Senza alcuna formalità, prepararono il caffè nella vecchia casa dove ora abitavano. Sfortunatamente, avevano cattive notizie per me, perchè per la sua misera salute Asger era stato appena messo su un aereo e portato in un ospedale in Danimarca. Nonostante questo, mi lasciarono stare nella “mia vecchia stanza”, nella casa di Asger, e potei di nuovo svegliarmi là con la vista del Mediterraneo blu.
Erano successe tante cose sia alla casa, sia al giardino e l’insieme era ancora più bello, con tutti quei pezzi in ceramica all’interno e all’esterno. Era come se fosse stato creato un organismo vivente che rifletteva i mondi interiori di Asger.
Un paio di settimane dopo, quando ero sulla via del ritorno verso la Danimarca, lessi con angoscia in un giornale l’ annuncio della morte di mio zio.
Nella primavera del 1994, cercai di nuovo di ritrovare la vecchia via che conduceva su alle case, questa volta con mio marito. Non fu facile, perchè nel frattempo era stato tutto incredibilmente costruito e cambiato. Berto e Teresa ora vivevano nella “vera” casa di Asger. Ancora una volta, fui ricevuta nella meravigliosa vecchia cucina con il pesto di Teresa, i funghi sott’olio e gli asparagi selvatici che lei aveva trovato nei boschi. Si lamentavano dei rigori di quell’inverno che aveva distrutto tutti i loro fiori.
Berto ci portò alla San Giorgio e diede voce alla sua grande preoccupazione nei confronti di Teresa, che non aveva più la testa di un tempo. Quella fu l’ultima volta che li vidi.
Nell’autunno del 2002, sono tornata di nuovo. Ho avuto la gioia di essere invitata alla seconda edizione della Biennale di Ceramica nell’Arte Contemporanea, poiché mio figlio Jeppe Hein, uno dei partecipanti, ha chiesto che lo assistessi per decorare dei piatti di ceramica.
In un soleggiato mattino d’autunno siamo andati insieme su alle case di Asger. Lungo il cammino, gli ho raccontato tutto quello che avevo vissuto lì. Era meraviglioso essere tornata, ma era anche triste e cupo. Questa volta non c’era Berto a gridare “Ciao!” al nostro arrivo. Tutto era vuoto e chiuso e il giardino completamente invaso dalle erbacce. La maggior parte delle opere in ceramica erano state portate via. Era una visione triste; dopo tutto, quello era stato concepito per essere un luogo vivo anche dopo la morte di Asger. Spero davvero che possa di nuovo tornare come era stato pensato in origine.
Comunque, sono grata per aver avuto la possibilità di rivedere tutto. Per questo motivo vorrei concludere dicendo a mio figlio Jeppe:  grazie di avermi permesso di entrare nel tuo mondo e di avermi dato l’opportunità di mostrarti il mio: la mia Albissola.

Kirsten Plett è figlia di Gudrun Plett, sorella minore di Asger Jorn.



1 Mia nonna, Maren Jürgensen, aveva traslocato dalla campagna alla cittadina provinciale di Silkeborg per provvedere all’istruzione dei figli, dopo la morte del marito. All’epoca del trasloco Asger aveva sedici anni e lì aveva iniziato a dipingere e a lavorare con la ceramica. Silkeborg è anche il luogo in cui si trova il Silkeborg Art Museum dove sono esposte opere donate da Asger Jorn, tra le quali lavori realizzati da lui stesso e da molti altri artisti internazionali.
2 Umberto e Teresa Gambetta hanno aiutato Asger per tutto quello che concerneva la casa. Nel 1959 abitavano ad Albissola Marina mentre Berto lavorava a Savona. Berto era uno dei pochissimi sopravvissuti da un campo POW in Russia, durante la seconda guerra mondiale. Il quadro Stalingrad (esposto al Silkeborg Art Museum, in Danimarca), uno dei capolavori di Asger, si ispira ai ricordi di Berto.
3 Ansgar Elde è uno scultore svedese che all’epoca stava compiendo un viaggio di studio in Italia.