Un Tête-à-tête con i fermacarte e i cervelli di Alberto Viola

Museo della Ceramica di Savona

Roberto Costantino


Alberto Viola, Fermacarte, Collezione Attese Edizioni, Museo della Ceramica di Savona



Storietta del fermacarte

Un tempo, per immobilizzare le carte e non farle volare via dalla scrivania, si recuperavano e si adattavano oggetti e cose qualsiasi, ovviamente piuttosto pesanti. Oggetti e cose che ancora oggi chiamiamo Objet Trouve – dai sassi raccolti sulla spiaggia ai pesetti delle bilance, per fare due esempi soltanto.
È a metà dell’Ottocento che gli artigiani iniziano a produrre i fermacarte. In particolare, sono gli artigiani del vetro, soprattutto in Francia, ma anche a Venezia o nella piccola Altare che iniziano a darsi da fare e a modellare fermacarte, in genere ovaloidi o sferoidi, che inglobano e sigillano composizioni floreali formate da ritagli di vetro. Anche se, oltre a questi Millefiori, vi sono pure fermacarte in vetro che contengono frutti, insetti ma anche cammei, medaglioni, placche di metallo o ceramica.
Da allora, non mancano neppure Presse Papier lavorati come micromosaici di tessere minute, fermacarte modellati e scolpiti in metalli nobili o argentati o dorati, in malachite o in marmo, ma anche in cristallo a fingere gemme preziose o perle.
Quale che sia il materiale di cui sono fatti, i fermacarte, ancora oggi, vengono prodotti per essere Souvenir o Cadeau, anche se, il più delle volte – destino ingrato – non sono che quelle “buone cose di pessimo gusto” che abbiamo già avuto modo di conoscere grazie all’amica di Nonna Speranza.
Oggigiorno, nostro malgrado, il fermacarte recita il più delle volte un’altra parte ancora – è un fermacarte che nasce dall’ibridazione del Souvenir e del Cadeau per fare spazio al Merchandising di musei e imprese che si fanno ricordare attraverso oggetti orribili, fatti su misura e ad hoc.
In ogni caso, oltre ai fermacarte prodotti in quanto tali, anche gli Objet Trouvé hanno continuato a farsi vedere in azione, come per ribadire che per fare il fermacarte non è necessario essere nati in quanto tali. Così come è successo ad alcuni suoi parenti stretti – i Fermaporte e i Fermalenzuola di campagne e prati di un tempo andato – anche i Fermacarte diventano tali soltanto quando sono all’opera, ovvero quando esercitano il loro peso su quelle carte che immobilizzano sul tavolo.

Il fermacarte e il design

Il fermacarte è una tipologia di oggetto che le aziende del design hanno più che altro snobbato se non trascurato.
Fra i maestri del design, per non dire fra i più giovani, sono delle eccezioni coloro che hanno affrontato questo oggetto, così laterale per non dire marginale o del tutto assente nel mondo del Product Design. Nell’arco di un secolo sono rarissimi quei fermacarte che siano stati progettati in quanto tali, che possano vantare la firma di un autore e che valga la pena ricordare. Solo qualcosina di Gio Ponti, Piero Fornasetti, Ettore Sottsass, Angelo Mangiarotti ed Enzo Mari è giunto sulle nostre scrivanie. Anche se quest’ultimo ha chiuso il cerchio con un’abnorme collezione di fermacarte – rubinetti, mattoni, morsetti e ignoti ferri e scarti industriali recuperati e modificati – che ci fanno ritornare, ancora una volta, al punto di partenza, ovvero all’Objet Trouvé e al Do It Yourself che segnano la storia di quest’oggetto altrimenti bistrattato.

Fermacarte e cervelli

In anni recenti abbiamo avuto di nuovo la fortuna di vedere un altro fermacarte ancora, in una grande mostra, “Ultrabody” curata da Beppe Finessi nelle sale viscontee del Castello Sforzesco di Milano, in occasione delle sfavillanti passerelle ultramondane del Design-week.
È un fermacarte in ceramica smaltata di un rosa antico che scintilla d’oro – un fermacarte che è nato in quanto tale e che pesa all’incirca quanto il cervello di un uomo – 1150 grammi. Non per niente queste ceramiche sono venute alla luce per essere solo che dei fermacarte, anche se sono cervelli che l’architetto-ceramista Alberto Viola ha ri-progettato e riprodotto in serie. Facendone una serie differenziata, un’edizione limitata di cervelli che si offrono come fermacarte mai uguali gli uni agli altri.
Per riprodurre il proprio cervello in quanto fermacarte, Alberto Viola si è concentrato sulle innumerevoli circonvoluzioni, solchi ripiegamenti scissure, che segnano la corteccia celebrale in tutto il suo volume.
Quanto abbiamo da vedere, in questo caso, è proprio questa corteccia celebrale, responsabile di funzioni cognitive complesse – a volte, con nostro sommo dispiacere – come il pensiero la coscienza la memoria il linguaggio. Ed è proprio con questo sfaccettato ruolo del cervello che Alberto Viola ha voluto fare i conti, anche qui.
L’architetto-ceramista, un tempo discepolo di Soto Dogen Zenji, padre della meditazione Zen, ha svuotato il cervello di ceramica di tutto ciò che l’avrebbe fatta frantumare rovinosamente in forno, memore del convento in cui per un lustro ha svuotato il proprio cervello di tutto quanto potesse essergli dannoso.
L’Alberto è rimasto seduto di fronte a un muro bianco, per molte ore almeno sei, ogni giorno, anche perché null’altro è più importante nella vita di un convento Zen che lo Shikantaza, lo “stare semplicemente seduti”. E, per “stare semplicemente seduto”, il Viola è rimasto a lungo immobile e ha immobilizzato completamente il cervello, prossimo a un fermacarte che, a sua volta, deve “stare semplicemente seduto”, immobile, per immobilizzare pile di schizzi, annotazioni e appunti lasciati in sospeso.
Insomma, questa ceramica potrebbe essere “semplicemente” una sorta di autoritratto dell’autore in qualità di fermacarte o cervello. Fa lo stesso. Fermacarte o cervello che sia.